entre
stava presso Santa Maria degli Angeli della Porziuncola e
i frati erano ancora pochi, Francesco andava per il villaggi
e le chiese dei dintorni di Assisi, annunziando e predicando
agli uomini che facessero penitenza. Portava con sé
una scopa per pulire le chiese sudicie. Ci soffriva molto
quando vedeva una chiesa non linda come avrebbe voluto. E
perciò, finita la predica, faceva riunire in disparte,
per non essere udito dalla gente, i preti che erano presenti,
e parlava loro della salvezza delle anime e soprattutto che
fossero solleciti nel conservare pulite le chiese e tutta
la suppellettile che si adopera per celebrare i divini misteri”
(Specchio di perfezione, n. 56).
“Un giorno Francesco si recò nella chiesa di
una borgata del territorio di Assisi [forse Nottiano, tra
il monte Subasio e il colle di Selva] e si mise a fare le
pulizie. Immediatamente si sparse nel villaggio la voce del
suo arrivo, poiché quella gente lo vedeva e ascoltava
volentieri.
Sentì la notizia anche un certo Giovanni, uomo di meravigliosa
semplicità, che stava arando un suo campo vicino a
quella chiesa. E subito andò da lui, e lo trovò
intento a pulire. Gli disse: ‘Fratello, da’ la
scopa a me, voglio aiutarti’. Prese lui la scopa e finì
di fare pulizia. Poi si misero a sedere, e Giovanni prese
a dire: ‘Da molto tempo ho intenzione di servire a Dio,
soprattutto da quando ho inteso parlare di te e dei tuoi fratelli.
Ma non sapevo come unirmi a te. Ma dal momento che è
piaciuto al Signore ch’io ti vedessi, sono disposto
a fare tutto quello che ti piace’.
Osservando il fervore di lui, Francesco esultò nel
Signore, anche perché allora aveva pochi fratelli
e perché quell’uomo, con la sua pura semplicità,
gli dava affidamento che sarebbe stato un buon religioso.
Gli rispose: ‘Fratello, se vuoi condividere la nostra
vita e stare con noi, è necessario che tu doni ai poveri,
secondo il consiglio del santo Vangelo, tutti i beni
che possiedi legittimamente. Così hanno fatto
i miei fratelli cui è stato possibile’.
Sentendo ciò, subito Giovanni si diresse verso il campo
dove aveva lasciato i buoi, li sciolse e ne portò uno
davanti a Francesco, dicendogli: ‘Fratello, per tanti
anni ho lavorato per mio padre e gli altri della famiglia.
Sebbene questa parte della mia eredità sia scarsa,
voglio prendere questo bue e darlo ai poveri nel modo che
ti sembrerà più opportuno secondo Dio’.
Vedendo che voleva abbandonarli, i genitori, i fratelli, che
erano ancora piccoli, e tutti quelli di casa cominciarono
a lacrimare e piangere forte. Francesco si sentì mosso
a compassione, massime perché la famiglia era numerosa
e senza risorse. Disse loro: ‘Preparate un pranzo, mangeremo
insieme. E non piangete, poiché vi farò lieti’.
Quelli si misero all’opera, e pranzarono con molta allegria.
Finito il desinare, Francesco parlò: ‘Questo
vostro figlio vuole servire a Dio. Non dovete contristarvi
di ciò, ma essere contenti. E’ un onore per voi,
non solo davanti a Dio ma anche agli occhi della gente; e
ne avrete vantaggio per l’anima e per il corpo. Di fatti,
è uno del vostro sangue che dà onore a Dio,
e d’ora innanzi tutti i nostri frati saranno vostri
figli e fratelli. Una creatura di Dio si propone di servire
al suo Creatore - ed essere suo servo vuoi dire essere re
-; voi capite quindi che non posso e non debbo ridarvi vostro
figlio. Tuttavia, affinché riceviate da lui un
po’ di conforto, io dispongo ch’egli rinunci per
voi, che siete poveri, alla proprietà di questo bue,
benché secondo il consiglio del santo Vangelo dovesse
darlo agli altri poveri’.
Furono tutti confortati dal discorso di Francesco, e soprattutto
furono felici che fosse loro reso il bue, poiché erano
veramente poveri.
Francesco, cui piacque sempre la pura e santa semplicità
in se stesso e negli altri, ebbe grande affetto per Giovanni.
E appena lo ebbe vestito del saio, prese lui come suo
compagno. Era questi talmente semplice, che si riteneva obbligato
a fare qualunque cosa facesse Francesco. Quando il Santo
stava a pregare in una chiesa o in un luogo appartato, Giovanni
voleva vederlo e fissarlo, per ripetere tutti i gesti di lui:
se Francesco piegava le ginocchia, se alzava al cielo le mani
giunte, se sputava o tossiva, anche lui faceva altrettanto.
Pur essendo incantato da tale semplicità di cuore,
Francesco cominciò a rimproverarlo. Ma Giovanni rispose
‘Fratello, ho promesso di fare tutto quello che fai
tu; e perciò intendo fare tutto quello che tu fai’.
Il Santo era meravigliato e felice davanti a tanta purità
e semplicità. Giovanni fece tali progressi in tutte
le virtù, che Francesco e gli altri frati restavano
stupefatti della sua santità” (Leggenda perugina,
n. 19).
Continua lo Jacobilli: “Non essendo la Terra degna d’un
huomo di tanta pura coscienza, e semplicità, il Signor’Iddio
lo richiamò a sé circa cinque anni (?) dopo,
che fu ammesso all’Ordine, cioè adì 2
di Maggio 1220 nel Convento di S. Maria degli Angeli (…).
Il suo corpo fu venerabilmente sepolto sotto la Cappella,
ove già riposava il Santissimo Sacramento, e vi si
conserva al presente il Cuore di esso San Francesco”
(L. Jacobilli, Vite, tomo I, p. 448).
Si narra, inoltre, che “Francesco, colmo di letizia
nell’intimo ed esteriormente, raccontava ai frati la
vita di lui, e lo chiamava San Giovanni in luogo di frate
Giovanni” (Leggenda perugina, n. 19).
Per ulteriori notizie su frate Giovanni
il Semplice vedere:
Bartolomeo da Pisa (De conformitate), Giacomo Oddi (La Franceschina),
Mariano da Firenze (Compendium), Luca Wadding (Annales), Marco
da Lisbona (Cronaca), Rodolfo da Tossignano (Historiarum),
Francesco Gonzaga (De origine), L. Jacobilli (Vite).
Inoltre:
-Frate Giovanni il Semplice: II Cel., n. 190; Leggenda perugina,
n. 19; Specchio di perfezione, n. 57.
Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org